Abbiamo due camere, comunicanti, in un piccolo albergo. Una matrimoniale per Alberto e una doppia per me e Alex. Le solite vacanze improvvise e a singhiozzo di mio padre. Il suo concetto di famiglia è più o meno questo, quando si trova a meno di due o trecento chilometri dai figli prende una camera in più e ci convoca ufficialmente.
Va bene, e poi a Venezia non ci sono mai stata. Recito la parte della giovane turista; attenendomi ai suggerimenti di una vecchia guida di Robert evito di rivolgere la parola ai giovanotti italiani e non bevo l’acqua delle fontane.
Rientro in albergo, mentre Alex mi avvisa via SMS che lui e papà tarderanno qualche minuto. Vorrei salire in camera, ma non ho la chiave, mi fermo nell’hall al piano. Mi siedo compostamente sulla poltroncina di vimini, chiedo una coca e tiro fuori il mio libro.
Sono abituata ai ritardi di Alberto, sono abituata a stare da sola. I ricordi della mia infanzia sono costellati di concierge d’albergo ai quali venivo incautamente affidata nell’impossibilità di trovare una babysitter che all’ultimo minuto si prendesse cura di me mentre Alberto inseguiva chissà quale idea. Ma sono cresciuta bene, e ho una grande confidenza col personale alberghiero.
Qui non passa nessuno, quasi mi levo i sandali. E mi siedo con le gambe sotto il sedere, questa poltroncina è stata ergonomicamente concepita per essere scomoda.
- Cosa stai leggendo? -
Cosa vuole questo signore? Non devo parlare con gli sconosciuti. Se mi offre una caramella, mi metto a urlare. :)
- È un libro di racconti cinesi. Favole, miti, usanze, folkloristica varia. -
- Robaccia. -
Eh, grazie. Questo è il momento in cui una persona con un quoziente d’intelligenza con almeno due cifre si rende conto che l’interlocutore è un bastardo egotico, e si ritira nei propri appartamenti.
- Robaccia. -
- E anche fosse, a lei cosa importa? -
- Niente. Speravo fossi una ragazzina intelligente. -
- Io speravo fosse un signore gentile. -
- Sei impertinente. -
- E lei indelicato. -
- Ho parlato per il tuo bene. -
- Non può sapere cosa è bene per me. -
- Lo so. -
Difficile rendere l’atmosfera di questo dialogo, io sono indispettita dalla supponenza di quest’uomo e al contempo compiaciuta dell’attenzione che mi dedica. Lui mostra un condiscendente paternalismo ma lascia trapelare una sorta di... eccitazione, può essere?
E poi c’è questo contrasto tra il tu e il lei, la mia insicurezza e la sua boria, io seduta con un vestitino verde chiaro lui in piedi in abito grigio, i miei ventanni e i suoi quasi cento.
Vado. Aspetterò nella hall al primo piano.
- Sei scalza. -
Ha cambiato espressione. Sì, sono scalza, problemi?
Ecco papà, mi abbraccia, si sente in colpa. :’)
- Alberto, sei in ritardo di quasi un’ora, ma kavoli. -
- Alice, non ti arrabbiare, non era mia intenzione. -
Vabe, a crederti si fa sempre a tempo.
- Avete fatto conoscenza? Manfredi, questa è la mia bambina, Alice. Alice, Manfredi. -
Devo fare un inchino, una riverenza, o basta un buongiorno?
- Papà, quel tipo sarebbe? -
- Manfredi? Un giornalista, bravo. Ha scritto un bel saggio di recente. Dovresti leggerlo. -
Non se ne parla neanche, sarà una roba noiosa e sborona. :|
E poi non ho più pensato a lui per il resto della settimana.
Come è giusto che fosse. :)












